Un nuovo decennio: Gli Stati Uniti continueranno ad essere una superpotenza?

18 dicembre 2020

compass
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Un nuovo presidente sta per insediarsi alla Casa Bianca, accompagnato ad una quantità grossomodo pari di certezze e incertezze, in un contesto completamente nuovo dal punto di vista economico, sanitario, di bilancio e monetario. Ma un nuovo decennio e una nuova presidenza significano automaticamente una nuova era e un nuovo modello economico?

Il passaggio di consegne alla Casa Bianca dovrebbe segnare un notevole cambiamento. Oltre a essere meno imprevedibile, meno aggressivo e più attento alle consuetudini, alle istituzioni e agli organi internazionali, Joe Biden potrebbe anche rivelarsi meno d'impatto e segnare una netta rottura con il suo predecessore. Di per sé, il cambiamento sembrerebbe incoraggiante a prima vista ma, anche con l'arrivo decisivo di un vaccino, è comunque lecito nutrire riserve sulla capacità di leadership del nuovo presidente di fronte a sfide senza precedenti sotto il profilo economico, tecnologico, geopolitico e ambientale.

 

Cambiamento climatico

Sulla carta è tutto chiaro: la nuova amministrazione intende riconciliarsi con la leadership promossa da Obama per accompagnare gli Stati Uniti verso la transizione energetica e tornare all’interno il perimetro degli accordi di Parigi. Il piano di ricostruzione Build Back Better1 include una forte componente ambientale, il che è in netta contrapposizione con il famigerato scetticismo climatico di Donald Trump. Ciononostante, questi sviluppi vanno ben oltre la sfera dei piani statali e sono il frutto di un cambio di rotta nei comportamenti di individui, società e investitori. L'ambizione della nuova amministrazione appare importante e genuina ma richiederà, in ultima istanza, una leadership decisa nel fare i conti con le potenti lobby. Le carte vincenti per il successo non saranno la firma di una legge o di un accordo internazionale, ma l'invio di un segnale chiaro verso la progressiva riduzione delle emissioni di CO2 in un paese in cui il consumo di energia pro capite è tra i più alti al mondo (preceduto solo dai paesi del Golfo e dall'Australia).

 

Geopolitica

È opinione comune che Joe Biden avrà un atteggiamento più aperto al resto del mondo e sarà incline a rimanere coinvolto nelle istituzioni internazionali e nel multilateralismo, ma anche che agirà in maniera più prevedibile e consensuale, il che ha un certo peso nei rapporti diplomatici. Questi importanti aspetti ridurranno probabilmente il rischio geopolitico, attenuando le tensioni internazionali e promuovendo uno stile meno conflittuale. Washington potrebbe riconquistare una certa efficienza diplomatica con la riscoperta del suo soft power, risvegliando così l'empatia internazionale per la bandiera a stelle e strisce. Oltre a una mera questione di stile, è in ballo il ruolo degli Stati Uniti di superpotenza mondiale. Su questo fronte, i dubbi relativi all'energia, alla visione e all'audacia politica di Joe Biden sono stati argomento di discussione fin dalle primarie e nei dibattiti Donald Trump ha giocato proprio su questa debolezza.

Al di là del colore politico e dello stile del Presidente, possiamo aspettarci una presenza globale più forte rispetto all'ultimo quadriennio e, al contempo, un progressivo calo del peso statunitense sugli affari mondiali, a favore di potenze regionali come Russia, Iran o Cina. È probabile che quest'ultima emerga quale leader di questa nuova era, raccogliendo i frutti della forte opposizione cinese al "Pivot to Asia" di Obama, che era stato visto come un ostinato desiderio di frenare l'ascesa al potere del colosso asiatico.

 

Capitalismo

Nel XXI secolo, capitalismo e tecnologia sono due fenomeni intimamente collegati, presenti in ciascuna rivoluzione industriale. Tuttavia, l'attuale rivoluzione digitale sembra scontrarsi con un dilemma strategico a Washington. Il digitale ha dato vita a una serie di colossi capaci di perturbare interi settori dell'economia, generando redditività esponenziale e posizioni di dominio difficili da ribaltare. La linea di difesa della Silicon Valley risiede in particolare sulla riluttanza di Washington a destabilizzare i suoi campioni digitali per evitare di rischiare uno spostamento della leadership tecnologica verso la Cina. Questa è la difficoltà sottostante dell'indagine del Congresso attualmente in corso sulle pratiche non competitive delle FAANG2. Infine, l'attuazione di un approccio radicale in materia di antitrust (smantellamento delle posizioni dominanti o nazionalizzazione/regolamentazione dei monopoli naturali) ha scarse probabilità di concretizzazione. Si potrebbe piuttosto scommettere sul fatto che i suddetti colossi troverebbero il modo per adattarsi a normative più restrittive e trasformarle in vantaggi competitivi e in maggiori barriere all'ingresso.

 

Questioni socioeconomiche

L'ambizioso programma di Joe Biden denota il desiderio di invertire una potente tendenza di accelerazione delle disuguaglianze a livello di reddito e ricchezza, introducendo una tassazione più progressiva e prendendo di mira le fasce a più alto reddito. Innanzitutto, occorre però smontare un falso mito democratico: le classi lavoratrici non hanno beneficiato particolarmente del periodo Obama, il che in parte è costato la vittoria a Hillary Clinton. Al contrario, i salari reali mediani sono cresciuti di più durante l'amministrazione Trump. Questo fatto non deve essere interpretato come una relazione di causalità, ma piuttosto come una coincidenza legata al fatto che negli ultimi anni la piena occupazione aveva posto fine alla stagnazione dei salari reali. Ciononostante, la situazione di disuguaglianza patrimoniale negli Stati Uniti, con presidenti sia democratici sia repubblicani, rischia di infrangere quel che resta di un patto sociale basato sulla promessa, tutta statunitense, di una mobilità sociale verso l'alto. La sfida insita nella riforma ipotizzata consiste sia nel fare in modo che l'1% più abbiente contribuisca maggiormente, sia nel coinvolgere il 10% meno ricco più effica-cemente, grazie all'aumento dei salari e alla migliore copertura socio-previdenziale. Tuttavia, l'assenza di una maggioranza democratica al Senato riduce drasticamente le probabilità e la potenziale portata delle riforme fiscali nel programma di Joe Biden.

Al di là della tassazione e dopo un periodo di tensioni razziali acuite, Biden intende promuovere una serie di politiche maggiormente inclusive e mirate per le minoranze. Questo approccio si estende anche alla Federal Reserve (Fed), con l'interrogativo su come integrare al meglio le disparità a livello di politica monetaria. Oltre alla giustificazione morale e ai benefici attesi sotto forma di una maggiore stabilità sociale, l'attuazione delle suddette politiche è giustificata dall'impatto sul tasso di partecipazione della forza lavoro, così come dal livello di salute e formazione sulla produttività, tenuto conto degli effetti positivi sulla crescita e sugli investimenti.

Vi è però il pericolo che queste iniziative siano accompagnate anche da un rialzo dell'aliquota d'imposta sulle imprese, il che potrebbe nuocere agli investimenti privati, ma questo rischio sarà attenuato da un Congresso diviso. Il nostro scenario economico mostra inoltre che il maggiore supporto fiscale avrà un effetto favorevole sulla crescita a breve termine, ma determinerà anche un moderato aumento dell'inflazione, mettendo in discussione la sostenibilità di una politica di tassi d'interesse zero dopo il 2022.

 

Finanze pubbliche

Come rimarcato dall'Ufficio di bilancio del Congresso, a prescindere da chi siederà nello Studio Ovale, la crisi del COVID-19 e il conseguente policy-mix saranno il vettore di un aumento senza precedenti del debito federale. Quest'ultimo ha storicamente dato prova di stabilità o incremento moderato nelle fasi di crescita, tendendo invece a sfuggire di mano durante le contrazioni cicliche. Tuttavia, con Donald Trump abbiamo assistito a una crescita esponenziale del debito (come con Ronald Reagan). Biden muove i primi passi del suo mandato su un territorio inesplorato in termini di rapporto tra debito e PIL. La sostenibilità di questo rapporto implica un forte supporto da parte della Fed, la quale dovrebbe continuare a monetizzare strutturalmente questo debito andando però a pesare struttural-mente sul valore del dollaro, un altro sviluppo capace di giocare a favore della Cina.

Concludiamo con qualche osservazione sulle risorse a disposizione degli Stati Uniti per tener fede alle proprie ambizioni e più in generale sulle condizioni del potere, definite da Robert Kagan3 come la capacità di scrivere la storia. Ai fini del potere la buona volontà non basta, in quanto occorrono anche risorse tangibili (potere economico, finanziario, militare, commerciale) e qualità immateriali (creatività, soft power, apertura al mondo, senso di responsabilità). La nuova fase alle porte rappresenta un'opportunità per gli Stati Uniti di riallacciare con un'idea più tradizionale di potere americano e dare nuova linfa al suo rapporto con il resto del mondo, a metà strada tra idealismo e realismo. Vi è tuttavia il pericolo che la combinazione di una strategia di leadership meno incisiva, di un focus interno più forte e di maggiori vincoli di bilancio produca l'effetto cumulativo di diminuire l'influenza del paese, da cui derivano benefici economici (i cosiddetti "dividendi della pace") tutt'altro che trascurabili.

 

1 - Piano di Joe Biden per l'occupazione e la ripresa economica per le famiglie lavoratrici. 
2 - Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Alphabet. 
3 - Robert Kagan è uno scienziato politico statunitense.

 

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Global Outlook, pubblicato il 30/11/2020 - Estratto dall'Editoriale

18 dicembre 2020

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